Quel che resta dell’Occidente

È una stagione complessa e complicata quella che mette l’Occidente di fronte a se stesso, alla sua storia, alle sue paure e, per la prima volta, al dubbio di un futuro radioso. Lo scontro fra i poteri elettivi e quelli non elettivi sta aprendo un baratro in cui rischia di finire la democrazia nella sua versione classica, con la divisione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario. I casi di Le Pen in Francia, di Imamoglu, in Turchia, e di Calin Georgescu, in Romania. Clamoroso il caso del Brasile: quando vinse Bolsonaro, Lula finì in carcere. Alla vittoria di Lula, seguì l’arresto di Bolsonaro. Capitolo a parte merita Donald Trump.

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Quale significato attribuire ancora oggi al termine “Occidente”, o “civiltà occidentale” o “alleanza atlantica”? Per la generazione dei baby boomers a cui appartiene chi scrive, tutto è stato chiaro per alcuni decenni. Per dirla alla Fracchia “dicesi Occidente quell’angolo del pianeta dove fiorisce la prosperità, il benessere materiale, uno stato sociale che tutto garantisce, e tutti vivono e si riconoscono in un sistema democratico ordinato secondo una divisione dei poteri che assegna alla politica il compito di indirizzare la vita pubblica, assicurare l’istruzione, la salute, e la difesa della tranquillità e della pace; alla giustizia di applicare le leggi approvate dai Parlamenti e dunque processare chi si rende colpevole di reati o delitti contro la persona o contro lo Stato”. Detta così, l’Occidente non è molto diverso dal paesaggio del Mulino Bianco, la cui pubblicità ha nutrito più di una generazione di italiani. La cosa bella è che è andata proprio così. La mia generazione e quella successiva abbiamo vissuto nel mondo dei balocchi: molte cose erano scontate, tante erano semplici, tutto era incredibilmente a portata di mano.

All’improvviso, il cielo sopra questo angolo di paradiso si è coperto di nubi minacciose. La luce che ogni cosa accendeva si è abbassata e ora rischia addirittura di spegnersi. La politica si è sentita insidiata dalla giustizia nelle sue prerogative, e non sempre a torto, mentre la giustizia si è vista minacciata dalla politica nella sua indipendenza, talvolta con qualche ragione. La politica è davvero il luogo in cui il potere si manifesta e si dispiega legibus solutus, libero da ogni controllo in ciò legittimato dal voto popolare? E chi amministra la giustizia, quindi i magistrati e le corti, è sottoposto al potere della legge come ogni cittadino oppure amministra la legge stando sopra la legge?

È successo quel che nessuno avrebbe mai prima immaginato potesse succedere. Con uno scambio vorticoso di ruoli, e di punti di vista, da generare una confusione pericolosa per la politica, la giustizia e in definitiva per la democrazia, almeno per come fino oggi l’abbiamo conosciuta. A conferma del tempo difficile in cui siamo immersi c’è una casistica ogni giorno più ricca. In ogni angolo dell’Occidente, sia chiaro, in ogni Paese governato secondo i principi della democrazia. A consolazione parziale di queste difficoltà, c’è la constatazione che nessun conflitto politico-magistratura si registra nei regimi cosiddetti autocratici o dispotici, con ciò si intendono quei Paesi in cui è la politica a determinare gli equilibri con la giustizia. Nessun conflitto si registra in Corea del Nord, Turchia, Iran, Russia, Cina: in tutti questi Paesi è saltata o più spesso non è mai esistita una tripartizione dei poteri. La politica detta le regole, vigila sui magistrati, ne fissa i limiti d’azione e, in definitiva, stabilisce le leggi e il modo in cui esse vanno interpretate e applicate. Il magistrato si limita non più ad applicare la legge, ma a eseguirne l’applicazione secondo ciò che corrisponde all’interesse della politica.

Qualche esempio. Marine Le Pen è incappata in una sentenza di condanna che prevede la sua incandidabilità e ineleggibilità per cinque anni. Secondo la giustizia italiana si tratta di una sentenza abnorme, anche se nel 2013, per allontanare Berlusconi dal Senato, si approvò una norma simile addirittura con effetto retroattivo (legge Severino) approvata con soddisfazione di Matteo Renzi, sorpreso in una parentesi giustizialista prima di tornare garantista per i … casi suoi. Nella vicenda Le Pen confluiscono non pochi paradossi. Uno di questi ci dice che quella norma giustizialista fu voluta dalla stessa Le Pen per mostrare agli elettori che il suo partito, il Rassemblement nationale, fa sul serio nella lotta alla corruzione in politica. Le Pen, insomma, come lo stregone è finita vittima del suo stesso sortilegio.

Trump ha graziato qualcosa come 1600 persone ristrette in carcere per aver assalito il Campidoglio il 6 gennaio 2021. Ha esercitato un potere di grazia contro ogni evidenza. Erdogan ha fatto arrestare per attentato allo Stato il sindaco di Istanbul, Imamoglu, suo principale avversario alle prossime elezioni generali. In Brasile, poi, la giustizia funziona come le slide doors: quando presidente era Bolsonaro, in carcere finì Lula. Rieletto Lula, cambio della guardia e Bolsonaro si ritrova in carcere. I magistrati erano al servizio di Bolsonaro? Certo, come dopo sono stati al servizio di Lula, con buona pace del diritto.

Così in Romania, annullato il primo turno delle elezioni e impedita la candidatura di Calin Georgescu dopo che la Corte costituzionale ha accolto l’esito delle indagini della magistratura da cui risultava decisiva l’illecita manipolazione del voto ad opera di troll russi.

Lo scenario che si schiude davanti a noi è qualcosa di impensabile fino a qualche tempo fa. Il conflitto fra poteri elettivi e poteri non elettivi, quelli detti comunemente “di garanzia” o “terzi”, non risparmia più i regimi democratici. L’affermazione di regimi autocratici è resa possibile dalla delegittimazione della magistratura e di qualsiasi organo “neutro”, allo stesso modo l’incertezza dei limiti entro i quali deve operare il magistrato alimenta una contestazione sempre più diffusa contro la magistratura vista come un corpo politicizzato, non importa se da sinistra o da destra, ma sempre, in ogni caso, screditato o scarsamente affidabile.

È un nodo cruciale da sciogliere perché in gioco sono la natura e la qualità della democrazia. Bene fanno i governi, e bene fa il governo Meloni con il ministro Nordio a riformare la giustizia e a separare il ruolo dei pm da quello degli inquirenti. Ancora meglio fanno i governi a precisare i limiti di azione dell’ordinamento giudiziario: limiti invalicabili per i magistrati, ma anche inviolabili da parte della politica. Una volta stabiliti, e accertato che sono rispettati, poi le sentenze vanno accolte e su di esse va evitata ogni speculazione.

Tornato dal suo viaggio in America, nel 1834, Alexis de Tocqueville ci donò quel manuale ricco di osservazioni acute e intriso di saggezza antica. “In generale, la democrazia dà poco ai governanti – scriveva – e molto ai governati. Il contrario avviene nelle aristocrazie (oggi diremmo autocrazie, ndr) in cui il denaro dello stato va soprattutto a profitto della classe dirigente”. A chi ancora si ostina a declamare che la democrazia è quel regime in cui la sovranità appartiene al popolo, Tocqueville osservava che è sicuramente del popolo ma con una glossa: “La democrazia è il potere di un popolo informato”. “Vi sono due cose che un popolo democratico farà sempre con grande fatica: cominciare una guerra e finirla”.

Che replica dare all’affermazione di Elon Musk secondo il quale “quando la sinistra non può vincere al voto democratico abusa sul sistema legale per incarcerare i loro rivali. Questa è la sua strategia standard in tutto il mondo“? Semplicemente fargli notare che Vladimir Putin non è esattamente di sinistra e i suoi oppositori non si limita a incarcerarli, ma più spesso li fa eliminare fisicamente. La sinistra fa incarcerare i suoi rivali, il che è accaduto più di una volta. La destra di Trump fa uscire di galera i suoi amici riconosciuti colpevoli. E avanti di questo passo verso lo sfaldamento dell’Occidente.

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