L’Ungheria ha comunicato la sua intenzione di uscire dalla Corte penale internazionale (Cpi). A renderlo noto, secondo quanto riportato da Europa libera, è il ministro della giustizia Bence Tuzson, in un intervento che si è tenuto una riunione a porte chiuse con alcuni diplomatici.
Secondo alcune fonti sarebbe già pronta la bozza della risoluzione parlamentare con cui si avvia la procedura di uscita. La notizia arriva proprio nel giorno della visita di Netanyahu a Budapest. Sul premier israeliano pende infatti un mandato d’arresto disposto dai giudici dell’Aja, che Orban ha reso noto nei giorni scorsi di non voler rispettare, pur essendo l’Ungheria uno dei Paesi firmatari del Trattato di Roma, con cui la Corte è stata istituita.
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Non avendo la Cpi gli strumenti necessari per obbligare gli Stati membri a obbedire alle disposizioni, Orban ha apertamente dichiarato di non procedere contro Netanyahu essendo Israele un Paese amico. Adesso la notizia di un più drastico passo indietro dell’Ungheria dagli accordi.
Le pressioni dei Paesi membri per procedere con l’arresto
Nei giorni scorsi alcuni Stati firmatari degli accordi hanno fatto pressione all’Ungheria affinché procedesse a eseguire il mandato d’arresto. Già all’epoca dell’emissione del mandato, diversi Paesi, fra cui Belgio, Spagna e Paesi Bassi avevano manifestato l’intenzione di arrestare Netanyahu qualora fosse entrato nel loro territorio. Diverso l’atteggiamento della Francia, come anche dell’Italia, che hanno lasciato intendere che non darebbero seguito all’arresto.
In una dichiarazione rilasciata a LaPresse , il portavoce della Corte penale internazionale ha affermato che “La Corte fa affidamento sugli Stati per far rispettare le sue decisioni. Questo non è solo un obbligo legale nei confronti della Corte, ai sensi dello Statuto di Roma, ma è anche una responsabilità nei confronti degli altri Stati parte. Quando gli Stati hanno preoccupazioni nel cooperare con la Corte, possono consultarla in modo tempestivo ed efficiente“.
Il portavoce ha poi continuato sottolineando come non sia compito dei singoli Stati mettere alla prova in modo unilaterale la solidità delle disposizioni della Cpi, e ha ricordato: “Come stabilisce l’articolo 119 dello Statuto, ‘qualsiasi controversia riguardante le funzioni giudiziarie della Corte sarà risolta dalla decisione della Corte‘”.
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