Quei dazi raccontano un’America senza più lo scettro del comando

Donald Trump ha messo tariffe per tutti. Non ci sono distinzioni fra alleati, competitori, amici e avversari. Una guerra commerciale, però, non conviene a nessuno, agli americani meno che ad altri. L’Europa è pronta? Da Scholz a Starmer, da Macron a Meloni, tutti hanno abbandonato i toni accesi del primo istante per invocare un negoziato. Anche se è difficile immaginare che Trump faccia un passo indietro su una questione che ha cavalcato durante la campagna elettorale e gli ha assicurato il trionfo elettorale

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Sono arrivati come una grandine, con chicchi grossi per alcuni, giganteschi per altri. I dazi promessi in campagna elettorale sono stati tradotti in un provvedimento esecutivo, uno delle decine di provvedimenti firmati da Donald Trump. Con la promessa agli americani di fare di nuovo grande l’America, come da slogan tambureggiato per mesi. Questi dazi sono un atto di fede, fatto precedere da una premessa inquietante: nella fase iniziale della loro applicazione potranno produrre (ma sicuramente produrranno) qualche conseguenza negativa. Il punto è proprio questo: le conseguenze negative immediate sono più che certe – lo insegnano le esperienze del passato – su quelle positive in futuro aleggia la massima incertezza. Subito, intanto, gli americani buongustai troveranno, all’arrivo del prossimo stock, il prezzo medio del Parmigiano Reggiano che passerà dagli attuali 44 dollari a circa 55 dollari al chilo. Perché all’Unione europea toccano dazi del 20% è caricato sull’altra fiscalità che si paga allo sdoganamento delle merci, l’aumento effettivo sarà intorno al 30%.

La logica, se logica c’è, del ragionamento di Trump non sai se più rozza o più ingenua. La filosofia daziaria vorrebbe essere il risarcimento dovuto alla catena produttiva americana penalizzata – è il convincimento di Trump – da decenni di dazi messi sulle merci americane al loro arrivo nei Paesi dell’Unione. Addirittura, dazi di oltre il 30%. Uno dei portavoce della Commissione si è premurato di chiarire che i dazi medi pagati dall’export a stelle e strisce in Europa non ha mai superato l’1,2%. Come può Trump – se è veritiera la versione di Bruxelles – sostenere una versione tanto discordante? Secondo una scuola di pensiero, Trump paragona al dazio l’imposizione IVA sulle merci. Si tratta di una misura che in America o non esiste o, se esiste, è rimessa alla facoltà dei singoli Stati. Si tratta, insomma, di una tassa federale.

La narrazione trumpiana sui dazi racconta di un Paese che reagisce alzando i muri al mondo esterno. Un’America intimorita dalla perdita dello scettro conseguente alla globalizzazione e all’apertura dei mercati realizzata con regole fragili o addirittura inesistenti. Proviamo a immaginare come vive la geografia nella mente di un americano: un grande Paese, si potrebbe dire un’isola, circondata da due oceani oltre i quali ci sono temibili concorrenti, di qua l’Europa, di là la Cina e le immense distese asiatiche. Potenze economiche in continuo mutamento, capaci di grandi innovazioni tecnologiche e soprattutto di produzioni di massa a costi enormemente inferiori a quelli americani. Un esempio? I chip di Nvidia per AI hanno costi variabili dai 3000 ai 50.000 dollari, in base ai server da connettere. Lo stesso chip prodotto dalla cinese Deepseek costa poche centinaia di dollari.

In questo caso, un dazio del 34% sui prodotti cinesi quale altro significato può avere se non quello di arginare una concorrenza temibile e tutelare le insufficienze delle proprie industrie? Dietro i dazi ci sono mille ragionamenti che con i dazi veri e propri hanno poco a che vedere. La questione che Trump evita di guardare è sotto i nostri occhi: produrre meglio, produrre veloce e produrre a prezzi competitivi. In assenza di queste condizioni, i dazi possono punire i concorrenti ma certo non aiutano Nvidia e altre aziende a produrre veloce, meglio e a prezzi competitivi.

È un’America stanca e rassegnata quella che si legge in filigrana dietro le cannonate daziarie. Non punta a riconquistare il primato di superpotenza, ma si accontenta di impedire o di rendere difficile ad altre potenze di raccogliere lo scettro americano. Il mondo là fuori è ostile, aggressivo e allora dobbiamo difendere l’America da chi vorrebbe metterne in discussione la potenza. Come? Isolandola dal resto del mondo e vietando al mondo di entrare in America per invadere il suo mercato. Avanti, allora, con dazi del 46% alle produzioni che arrivano dal Vietnam; del 20% dall’Europa; del 30% dall’India. Con danni per quei Paesi, sicuro. Ma con quali vantaggi per gli americani è tutto da dimostrare.

Ora Trump ha un piccolo problema: alla fine del 2026 ci sono le elezioni di mid-term. Sarà allora che gli elettori americani vorranno vedere i vantaggi dei dazi. In assenza dei quali è facile prevedere un ribaltamento dei consensi a favore dei democratici. Wall Street ha vissuto la peggiore seduta dall’11 settembre 2001. È un indizio corposo sullo scetticismo dei mercati riguardo alla politica economica di Trump. Senza l’avvio di un negoziato in tempi rapidi, è più che sicuro l’arrivo di una pesante recessione con perdita di migliaia di posti di lavoro e un’inflazione che rialza la testa. Trump ha meno tempo di quanto lui immagina per dare una drizzata alla sua strategia ampiamente fallimentare. Il negoziato conviene a lui più che all’Europa. La globalizzazione non è finita, come sostiene il senatore Tremonti. Acquisterà un altro ritmo, avrà uno spazio meno ampio, ma andrà avanti. Con o senza Trump.

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