Dare voce alla memoria per impedire che la storia si ripeta. È questo l’obiettivo di Markale – Voci da Sarajevo, il podcast nato per raccogliere le testimonianze di donne e uomini che hanno vissuto in prima persona l’assedio di Sarajevo e la strage del mercato di Markale. Un progetto intenso, scritto da Antonio Roma e Alice Ponti, che si è poi trasformato in teatro con Markale – les roses sont faites.
Abbiamo intervistato Antonio Roma per farci raccontare il viaggio dentro questa memoria viva, tra dolore, resistenza e speranza.
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Dopo oltre 150 ore di testimonianze raccolte, qual è stata la storia che ti ha colpito di più?
Quella di Gabriele Moreno Locatelli. L’ho incontrata attraverso le parole di Marco Cortesi ne La Scelta, e da allora non l’ho più lasciata. È diventata il mio epilogo necessario, sempre. Chiudo il monologo Markale – les roses sont faites con il suo nome, come a chiudere un cerchio. Perché quel giovane, partito dall’Italia disarmato, con una Bibbia e lo sguardo rivolto ai boschi feriti di Sarajevo, incarna qualcosa che va oltre il conflitto, oltre la cronaca, oltre noi stessi. Ogni volta che lo nomino, il suo nome si fa corpo. E io tremo.
Nel podcast dai voce a chi ha vissuto l’assedio di Sarajevo. Come hai guadagnato la fiducia dei testimoni?
Con rispetto. Con silenzio. Senza invadere. Dicevo: “Se vuoi, quando vuoi, come vuoi”. Nessun ritmo da seguire, nessuna domanda da forzare. Ho trattato le loro parole come si fa con ciò che è sacro. Le ho portate con me, come si porta qualcosa che pesa e brucia, ma che non si può abbandonare.
Il passaggio dal podcast al teatro con Markale – les roses sont faites è significativo. Cosa cambia nella narrazione?
Cambia la prossimità. Il podcast ti accompagna, il palco ti scuote. Volevo che chi guarda sentisse l’odore della pioggia sui corpi, il vuoto dopo un’esplosione, il silenzio che precede il fragore. In scena ogni parola ha un peso. Ogni presenza racconta.
L’assedio di Sarajevo ha mostrato sia la brutalità della guerra che la straordinaria resilienza della popolazione. Qual è un aspetto della resistenza civile che meriterebbe più attenzione?
I gesti minimi. Una donna che si pettina. Un uomo che accende il fuoco senza caffè. Un bambino che finge la normalità. Sono queste le vere azioni di resistenza. Non l’eroismo, ma l’ostinazione quotidiana. I media raccontano l’orrore. Ma la sopravvivenza vive nei dettagli.
Qual è il messaggio principale che speri arrivi alle nuove generazioni?
Che la guerra non è un ricordo polveroso né un’eco lontana. Che il male sa vestirsi come noi, parlare la nostra lingua, abitare le nostre stanze. E che solo due parole possono salvarci: memoria e umanità. Ma devono camminare insieme. Da sole non bastano.
Se potessi trasmettere un solo episodio del podcast a chi non conosce la storia di Sarajevo, quale sceglieresti?
La prima puntata: Premesse d’Assedio. Perché è lì che tutto inizia. La Storia non esplode: si insinua. In quell’episodio si sente il vento prima della tempesta. E forse, imparando ad ascoltarlo, possiamo prepararci a resistere.
Il podcast Markale – Voci da Sarajevo è disponibile su tutte le principali piattaforme digitali.
Ascolta qui: antonio-roma.com/podcast
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