Un tentativo di colpo di stato fallito e una democrazia messa alla prova. La Corte costituzionale della Corea del Sud ha confermato l’impeachment del presidente Yoon Suk Yeol, ritenendo la sua dichiarazione della legge marziale a dicembre scorso una grave violazione dei principi democratici del Paese.
Non solo il presidente aveva proclamato lo stato di emergenza, ma aveva mobilitato anche le forze militari e di polizia per impedire che l’Assemblea Nazionale esercitasse il suo potere. Un gesto che inevitabilmente ha messo in discussione le fondamenta stesse della democrazia sudcoreana.
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Eppure, il presidente sudcoreano ha riconosciuto pubblicamente il suo errore ed espresso un grande rammarico per non essere riuscito a soddisfare le aspettative della gente. Ha sottolineato come servire la Repubblica di Corea sia stato un onore e che continuerà a pregare per il popolo sudcoreano. Ma le sue dichiarazioni non sono bastate a placare la tempesta politica e sociale che ha scosso il Paese.
La sentenza della Corte costituzionale è arrivata dopo 111 giorni di attesa. Un periodo in cui la Nazione si è polarizzata tra chi sosteneva il presidente e chi invocava giustizia. Il passo successivo sono le nuove elezioni presidenziali, che dovranno svolgersi entro 60 giorni. Lee Jae-myung, scagionato recentemente dall’Alta Corte, è il leader dell’opposizione e sembra il favorito alle prossime elezioni.
Il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol e il colpo di stato
Nel dicembre scorso, l’azione di Yoon Suk Yeol aveva scosso le fondamenta del sistema democratico. La sua elezione, già di per sé controversa, era avvenuta con uno dei margini più ristretti nella storia del Paese. Il suo governo è stato segnato da grandi difficoltà nel guadagnare consensi e nel fronteggiare le sfide interne, oltre che un’azione autoritaria che ha suscitato feroci critiche a livello nazionale e internazionale.
La legge marziale in Corea del Sud, uno strumento usato per l’ultima volta negli anni Ottanta durate la dittatura militare, ha portato il Paese sull’orlo di un colpo di Stato. In un Parlamento circondato dalle forze armate, il presidente ha dichiarato la legge marziale, sostenendo che fosse necessario per respingere “le forze comuniste nordcoreane” ed “eliminare gli elementi ostili allo Stato“. È stato sconfitto dai parlamentari che, con l’aiuto di migliaia di cittadini, sono riusciti a entrare nel Parlamento e votare all’unanimità. Per questo, è stata abolita dal presidente sei ore dopo la sua introduzione.
La sentenza conferma l’impeachment di Yoon Suk Yeol
La conferma dell’impeachment, votata all’unanimità dalla Corte costituzionale, segna un momento di svolta. Come sottolineato da Byunghwan Son, professore alla George Mason University, “Il fatto stesso che il sistema non sia crollato suggerisce che la democrazia coreana può sopravvivere anche alla sfida peggiore, un tentativo di colpo di stato“.
È il primo presidente a essere arrestato e detenuto. A febbraio, è iniziato un processo penale per insurrezione, un crimine che, in altre circostanze, sarebbe stato punito con la morte. Tuttavia, Yoon è stato rilasciato a marzo a causa di irregolarità procedurali. Ma la tensione non è mai calata. Ogni fine settimana, migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Seul per manifestare a favore o contro il presidente, mentre gruppi di suoi sostenitori più radicali hanno messo in atto azioni di protesta violente, come l’assalto al tribunale a gennaio.
Le prossime elezioni presidenziali saranno decisive non solo per la stabilità del Paese, ma anche per la sua identità democratica. Il futuro è incerto ma la lezione è chiara: la democrazia sudcoreana è stata abbastanza forte da resistere a uno dei suoi più grandi test.
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